Robert Doisneau

Dall’11 ottobre 2022 CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia propone la grande retrospettiva sul maestro francese Robert Doisneau, uno dei più importanti fotografi del Novecento, attraverso oltre 130 immagini provenienti della collezione dell’Atelier Robert Doisneau.

A partire da una delle fotografie più conosciute al mondo – lo scatto del bacio di una giovane coppia indifferente alla folla dei passanti e al traffico della place de l’Hôtel de Ville di Parigi – la mostra esplora l’opera di un celebre fotografo come Doisneau che, insieme a Henri Cartier-Bresson, è considerato uno dei padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada. Con il suo obbiettivo, espressione di uno sguardo empatico e ironico, Doisneau ha catturato la vita quotidiana degli uomini, delle donne, dei bambini di Parigi e la sua banlieue, con tutte le emozioni dei gesti e delle situazioni in cui sono impegnati. Le immagini in mostra ne testimoniano lo stile in grado di mescolare curiosità e fantasia, ma anche una libertà d’espressione che fa proprie le logiche del surrealismo reinterpretandole in chiave ironica.

 

La mostra, curata da Gabriel Bauret, è promossa da CAMERA, Silvana Editoriale e Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

Installazione urbana per i FUTURES 2022

CAMERA presenta i cinque artisti emergenti dell’edizione 2022 del programma europeo FUTURES (EPP – European Photography Platform), una piattaforma di ricerca sulla fotografia contemporanea sostenuta dall’Unione Europea di cui CAMERA fa parte insieme ad altre 20 istituzioni e festival stranieri.

I cinque artisti FUTURES 2022Karim El Maktafi, Martina Dendi, Mara PalenaRiccardo Svelto, Jacopo Valentini – vengono presentati attraverso un’installazione urbana in collaborazione con TorinoStratosferica nell’area espositiva del Precollinear Park situata sul ponte Regina Margherita a Torino, fino al 5 ottobre. Dalla riflessione politica e sociale di El Maktafi a quella sulla sessualità e sugli stereotipi di genere di Dendi, dalla lettura poetica e allo stesso tempo analitica della memoria fatta da Palena a quella dei luoghi fisici e immaginari di Valentini, passando per l’approccio intimista di Svelto, questa installazione urbana offre uno spaccato della varietà di poetiche e pratiche della fotografia e dell’immagine contemporanea in Italia.

 

Per conoscere meglio i talenti FUTURES 2022, clicca qui.

Futures moves to Piazza Carlina | Camilla Ferrari e Camillo Pasquarelli

Giovedì 30 giugno, alle ore 18.00, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia inaugura due mostre del progetto speciale “Futures moves to Carlina”, un nuovo programma di CAMERA per la promozione della giovane fotografia italiana, un ciclo di esposizioni personali dedicato all’opera dei talenti selezionati, nel 2020, dall’istituzione torinese nell’ambito del programma europeo Futures Photography. Queste mostre, curate da Giangavino Pazzola, sono ospitate negli showroom di Maradeiboschi e VANNI, in Piazza Carlina a Torino, per l’occasione partner e sostenitori del progetto.

 

Dopo Three works, l’appuntamento di apertura nel quale sono state allestite le opere di Marina Caneve, che ha eccezionalmente riunito i due spazi, vengono aperte al pubblico le mostre personali di Camilla Ferrari  e Camillo Pasquarelli, rispettivamente con l’installazione Aquarium e Clavadistas.

 

Aquarium (2017) di Camilla Ferrari, da VANNI, è il racconto di un’esperienza biografica accaduta in Cina nel 2017, una cronaca del trauma allo stesso tempo poetico e asfissiante. Appena atterrata a Pechino, infatti, Ferrari ha visitato il palazzo imperiale della Città Proibita dove, per la prima volta nella sua vita, ha dovuto affrontare un grave attacco di panico. Il progetto si sviluppa a cavallo tra la registrazione della perdita del controllo dovuto all’alterazione delle proprie emozioni e lo straniamento derivante dal cambio di percezione dello spazio circostante, a sua volta sconosciuto. A tale condizione critica, Ferrari reagisce con l’aiuto dell’apparecchio fotografico, che la guida quasi in maniera inconscia verso un tranquillo abbandono e una nuova scoperta di sé. Un assoggettamento a cui segue un riscatto, dal caos alla quiete, che non passa dalla rimozione del vissuto ma dalla sua elaborazione e memoria anche nei registri del visivo.

 

Allestito da Maradeiboschi, Clavadistas (2019) è un progetto realizzato da Camillo Pasquarelli ad Acapulco, città messicana affacciata sull’Oceano Pacifico, tra le più violente al mondo. Sebbene nel dopoguerra sia stata per decenni meta mondiale del jet-set, a causa di una guerra tra cartelli della droga, dal 2010 i numeri del turismo internazionale sono crollati vertiginosamente, declassando Acapulco a destinazione turistica per la classe media messicana. Tra hotel abbandonati e la decadenza di un lungomare in rovina, ancora oggi rimane viva una tradizione tanto spettacolare quanto pericolosa: los Clavadistas.
In pieno stile documentario, Pasquarelli immortala i tuffatori che saltano dal crepaccio della Quebrada, una scogliera alta 35 metri. Sprezzo del pericolo, virilità e coraggio si mescolano alla devozione per la Vergine di Guadalupe, alla quale i tuffatori si raccomandano prima di lanciarsi, e alla necessità di sopravvivere grazie alle donazioni dei pochi turisti rimasti nell’area.

 

INFO e ORARI:

– Maradeiboschi
Piazza Carlo Emanuele II, 21
Orari: Lunedì-Mercoledì 08-21.30; Giovedì-Venerdì 08-23.30; Sabato 09-23.30; Domenica 09-21.30

– VANNI
Piazza Carlo Emanuele II, 15 A
Orari di apertura della mostra: Martedì-Venerdì 10-19.30; Sabato 10-13.30/15.30-19.30; Lunedì-Domenica chiuso.

La rivoluzione siamo noi. Arte in Italia 1967-1977

Nell’ambito del format espositivo CAMERA DOPPIA, CAMERA presenta La rivoluzione siamo noi. Arte in Italia 1967-1977, curata da Ludovico Pratesi e organizzata e promossa da Archivio Luce Cinecittà in collaborazione con CAMERA, una mostra che si propone di raccontare l’evoluzione dell’arte in Italia dal 1967 al 1977, attraverso una ricca documentazione fotografica realizzata da fotografi del calibro di Claudio Abate, Mimmo Jodice, Paolo Pellion, Paolo Mussat Sartor offrendo uno sguardo diretto e partecipato su eventi che hanno ridefinito i canoni dell’arte contemporanea internazionale.

In questo periodo, sulla spinta delle contestazioni del ’68, l’arte esce dalle gallerie e dai musei per entrare a contatto con la vita quotidiana, spesso con opere strettamente collegate ai profondi cambiamenti sociali e politici in atto, che si concretizzano anche nelle continue e sempre più frequenti contaminazioni con il teatro, il cinema, la letteratura e la poesia.

In questo frangente storico la fotografia diventa indispensabile per raccontare e documentare pratiche altrimenti effimere. Attraverso 150 immagini provenienti dagli archivi delle gallerie e dei fotografi che parteciparono a questi eventi, ritraendo mostre, performance, dibattiti e azioni, la mostra racconta l’evoluzione di una scena internazionale che vede l’Italia al centro della cultura artistica del tempo. Paolo Mussat Sartor e Paolo Pellion raccontano l’avventura dell’Arte Povera a Torino, nelle gallerie Sperone, Tucci Russo e Christian Stein. Claudio Abate documenta la scena artistica di Roma, con le mostre e le azioni alla galleria L’Attico e le rassegne Vitalità del Negativo del 1971 e Contemporanea, allestita nel parcheggio sotterraneo di Villa Borghese nel 1973, con la partecipazione di artisti internazionali europei e americani, da George Segal a Robert Rauschenberg, da Ben Vautier a Christo. A Napoli – dove agisce uno dei maggiori fotografi italiani della seconda metà del secolo, Mimmo Jodice, presente in mostra – la Modern Art Agency di Lucio Amelio ospita le performance dell’artista sciamano Joseph Beuys, mentre lo Studio Morra propone le performance di Marina Abramovic ed Hermann Nitsch, giocate sul rapporto tra corpo, violenza e sacrificio. Un percorso per immagini attraverso tre città italiane aperte all’avanguardia, che scandiscono il ritmo del percorso di mostra, attraverso fotografie in grado di farci scoprire e capire il grande fermento culturale di questi anni.

L’esposizione segue l’uscita di “La rivoluzione siamo noi. Arte in Italia 1967-1977”, il documentario di Ilaria Freccia da un’idea di Ludovico Pratesi, prodotto dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Ad accompagnare la mostra, un volume in co-edizione Luce Archivio\Marsilio Arte.

 

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Ketty La Rocca. Se io fotovivo. Opere 1967-1975

La mostra Ketty La Rocca. Se io fotovivo. Opere 1967-1975, curata da Raffaella Perna e Monica Poggi, e realizzata grazie alla collaborazione con l’Archivio Ketty La Rocca, e con il contributo della Galleria Frittelli di Firenze, esplora per la prima volta il rapporto tra Ketty La Rocca (La Spezia 1938 – Firenze 1976) e la fotografia, al fine di porre in evidenza il ruolo cruciale che questo medium ha avuto nel suo modo di rappresentare il corpo e la gestualità e nel documentare la sua attività performativa. Fin dai suoi primi lavori, l’artista utilizza infatti la fotografia sotto forma di collage verbo-visivi, componendo immagini e scritte tratte dai rotocalchi e dalle riviste in circolazione, ma è la pubblicazione del libro fotografico In principio erat nel 1971 a segnare una svolta importante nel percorso dell’artista, che inizia a farsi ritrarre mentre compie gesti con le mani, concentrandosi sulla relazione tra fotografia, corpo e linguaggio verbale. Da quel momento la sua ricerca e il suo orizzonte di riferimenti culturali si allargano e l’attenzione per la comunicazione di massa che aveva contrassegnato la prima fase del suo lavoro, legato all’attività con il Gruppo 70, s’indirizza verso forme espressive primigenie fondate sul corpo, con un’apertura significativa agli studi di antropologia, alla storia delle culture preistoriche e dei rituali extra-europei.

Fra le tematiche da lei trattate, emergono in maniera significativa il ruolo della donna all’interno della comunicazione di massa e un’esplicita critica al capitalismo e all’influenza che la Chiesa ha all’interno della società moderna. Agli immaginari stereotipati dell’editoria femminile che avevano contraddistinto le sue prime ricerche, La Rocca aggiunge al suo repertorio anche immagini storiche, come quelle tratte dagli archivi Alinari, o scientifiche, come nel caso delle Craniologie, dove impiega le radiografie del cranio, sovrapposte a fotografie delle mani o frasi scritte a mano. In questa fase la fotografia assume per lei un ruolo centrale, che la mostra documenta attraverso una selezione di oltre cinquanta opere, datate tra il 1967 e il 1975, che comprendono immagini delle sue performance, opere con i gesti delle mani e le espressioni facciali legate agli studi sulla fisiognomica, lavori realizzati con la macchina xerox, sino alle serie delle già ricordate Craniologie e delle Riduzioni, in cui La Rocca riconduce la fotografia sotto il dominio della soggettività attraverso l’impiego della grafia manuale.

 

Ad accompagnare la mostra il catalogo edito da Silvana Editoriale.

La mostra è organizzata in collaborazione con Archivio Ketty La Rocca | Michelangelo Vasta e con il contributo di Frittelli arte contemporanea.

 

Biografia Ketty La Rocca
Alla fine degli anni Cinquanta, Gaetana La Rocca, in arte Ketty La Rocca (La Spezia, 1938-Firenze 1976) si stabilisce a Firenze, dove si avvicina alla Poesia visiva, iniziando a collaborare dal 1966 alle attività del Gruppo 70. In questa fase l’artista realizza collage e opere basate sul montaggio di immagini e parole di origine mediatica, in cui il dialogo con la tradizione delle prime avanguardie va di pari passo con la critica alla cultura di massa e al ruolo della donna nella società e nella cultura visiva degli anni Sessanta. Esaurita l’esperienza verbovisiva, all’inizio degli anni Settanta La Rocca si concentra sul linguaggio dei gesti del corpo, adottando una pluralità di strategie espressive e media diversi: fotografia, video, performance, libro d’artista. Dopo la partecipazione a diverse mostre collettive negli anni Sessanta e la prima personale a Palazzo dei Musei a Modena nel 1971, La Rocca è invitata alla XXXV Biennale di Venezia del 1972: da questo momento il suo lavoro ottiene visibilità, grazie a mostre quali Combattimento per un’immagine. Fotografi e pittori (Torino, 1973), Italy Two. Art around ’70 (Philadelphia, 1973), Fotomedia (Dortmund, Milano e Helsinki, 1974-1976). A due anni dalla morte, nel 1978, le viene dedicata una mostra retrospettiva nell’ambito della XXXVIII Biennale di Venezia. Le sue opere sono oggi conservate in numerose collezioni di musei e fondazioni, tra cui il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (MART), il Museo nazionale delle Arti del XXI secolo (MAXXI), il Museo Novecento a Firenze, Gallerie d’Italia a Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma, gli Uffizi di Firenze, il MoMA di New York, il Centre George Pompidou a Parigi. Negli ultimi anni le sue opere sono state incluse in alcune importanti mostre collettive internazionali dedicate all’arte delle donne e ai rapporti tra arte e femminismo, in particolare Wack! Art and Feminist Revolution al MOCA di Los Angeles (2007), Donna: avanguardia femminista negli anni ‘70 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (2010), She-Bam Pow POP Wizz! Les Amazones du POP, MAMAC di Nizza (2020).

 

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Arianna Arcara. Indigeno – Archivio di Pluralità

Indigeno – Archivio di Pluralità è il titolo dell’installazione urbana ideata da Arianna Arcara, componente del collettivo fotografico CESURA, mostra open air composta da oltre trenta immagini che sono allestite lungo tutta via Pallavicino a Torino.

La mostra verrà inaugurata sabato 21 maggio all’interno del programma di attività INDIGENO coordinato da OFF TOPIC. L’intervento artistico è curato da Giangavino Pazzola per CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, e costituisce una delle tante azioni di attivazione di comunità e rigenerazione urbana organizzate dal Centro di protagonismo giovanile Torino Youth Centre/OFF TOPIC, primo beneficiario del bando ToNite per il miglioramento della vivibilità e sicurezza del Lungo Dora, lanciato dal Comune di Torino.

 

Fulcro del progetto sono i ritratti realizzati dall’Arcara agli attuali abitanti dell’area collocata alle spalle degli ex-gasometri ai quali si aggiungono due sezioni fantasiose che documentano e, allo stesso tempo, anticipano le numerose trasformazioni urbane delle zone limitrofe al fiume Dora. Introdotti al processo creativo dall’artista con interviste e workshop orientati a un processo di riscrittura della storia della comunità, infatti, gli abitanti non solo sono diventati protagonisti delle fotografie; ma sono anche stati coinvolti in un processo di co-creazione del percorso espositivo. Da una parte, infatti, Arcara ha avviato con loro un percorso di raccolta di immagini d’archivio del territorio per recuperarne storie e memorie mentre, dall’altra, ne ha armato la fantasia coinvolgendoli in un tentativo di immaginazione del futuro. Chi sono gli indigeni di via Pallavicino? L’esito è un’esposizione fotografica a cielo aperto, che rimarrà visitabile fino al 16 ottobre, in cui si racconta uno spaccato ovviamente parziale della storia passata, presente e futura di un quartiere tanto centrale sulla mappa della città quanto sconosciuto. Il coinvolgimento delle e degli abitanti, delle 12 associazioni aggregate all’OFF TOPIC e delle attività produttive ne restituisce un contesto vivace, plurale e coeso.

 

La fotografa ha ritratto gli abitanti durante il periodo di residenza trascorso in Via Pallavicino e nei caseggiati limitrofi, coinvolgendoli in prima persona in un processo di storytelling collettivo con l’obiettivo di ricostruire, documentare e immaginare la storia del quartiere – commenta Giangavino Pazzola. Le fotografie incluse nel percorso espositivo sono di tre tipi: immagini storiche raccolte negli archivi di famiglia e di enti basati nel quartiere come Italgas, scatti autoriali realizzati da Arcara e fotografie realizzate dai partecipanti ai workshop. In questo modo, attraverso l’innesco di una relazione intima e profonda con il soggetto fotografato che caratterizza la sua ricerca, Arcara ricostruisce memoria, percezione e aspettative dei residenti, in un viaggio che muove da spazi ordinari e quotidiani per immaginare una nuova visione del luogo. Se lo scopo della mostra è quello di evidenziare le diverse trasformazioni che hanno e continuano a caratterizzare la storia del quartiere, il valore dell’operazione di Arcara risiede non solo nel forte impatto estetico delle sue immagini in spazio pubblico ma anche nella capacità di usare il mezzo fotografico per instaurare relazioni e processi di inclusione tra fotografia e quotidiano, rivelando l’aspetto più prettamente politico del suo modo di guardare.

 

OFF TOPIC
via Giorgio Pallavicino, 35 – 10153 Torino

Futures moves to Piazza Carlina | Marina Caneve. Three works

CAMERA rinnova il rapporto con il territorio, dopo la fortunata collaborazione con cinque spazi d’arte indipendenti di Torino attraverso il progetto “Futures moves to the city”, lanciando un nuovo progetto per la promozione della giovane fotografia italiana. Futures moves to piazza Carlina è un ciclo di mostre personali dedicato all’opera dei talenti selezionati, nel 2020, dall’istituzione torinese nell’ambito del programma europeo Futures Photography.

Le mostre verranno ospitate, da maggio ad ottobre 2022, negli showroom in piazza Carlina di Maradeiboschi e VANNI, per l’occasione partner e sostenitori del progetto di CAMERA curato da Giangavino Pazzola.

 

La prima mostra in programma è Three works, di Marina Caneve (Belluno, 1988) che aprirà giovedì 5 maggio 2022, in simultanea da Maradeiboschi e da VANNI, e rimarrà visitabile tutti i giorni sino a metà giugno.

A partire da tre serie di lavori realizzati sino ad oggi dall’artista, Are They Rocks or Clouds? (2018 – 2019), Entre Chien et Loup (2020) e A fior di terra (2021), il percorso espositivo sottolinea la prospettiva ecologica sulla quale Caneve incardina le storie raccontate nella sua produzione artistica. Attraverso questo filtro, infatti, l’artista cerca di investigare fenomeni quali il rapporto che intratteniamo con le catastrofi ambientali, la costruzione della memoria dei luoghi e la coesistenza tra risorse naturali ed esseri umani. Attraverso fotografie di archivio, testi e immagini realizzate ex novo, infatti, in Are They Rocks or Clouds? indaga la storia del dissesto idrogeologico nelle montagne dolomitiche per esplorare il rapporto tra uomo, architettura e paesaggio. Con Entre Chien et Loup, progetto commissionato dal Museo Nazionale della Montagna di Torino nel 2020, Caneve si muove tra immagini rinvenute nell’archivio del museo e nel paesaggio circostante, per costruire una rete di relazioni – reali e fittizie – che costruiscono un luogo immaginario. Con A fior di terra (2021), invece, ha coinvolto la popolazione di Lusiana Conco, piccolo paese situato sull’Altipiano di Asiago, in un’auto etnografia sul tema dell’estrazione e della lavorazione del marmo, tradizionale risorsa primaria per l’economia locale. Con una messa in discussione della funzione documentaria della fotografia, Caneve, esplora diversi argomenti e costruisce conoscenza, con un interesse specifico per la vulnerabilità ambientale, sociale e culturale.

 

Nei mesi successivi verranno poi ospitate, sempre negli stessi spazi e a cadenza regolare, le mostre di Camilla Ferrari (Milano, 1992), Camillo Pasquarelli (Roma, 1988), Giovanna Petrocchi (Roma, 1988) e Marco Schiavone (Torino, 1990), esperienze nell’ambito delle quali verranno sviluppati anche dei progetti speciali legati ai percorsi di innovazione e ai valori che ispirano l’attività delle due aziende torinesi.

 

INFO e ORARI:

– Maradeiboschi
Piazza Carlo Emanuele II, 21
Orari: Lunedì-Mercoledì 08-21.30; Giovedì-Venerdì 08-23.30; Sabato 09-23.30; Domenica 09-21.30

– VANNI
Piazza Carlo Emanuele II, 15 A
Orari di apertura della mostra: Martedì-Venerdì 10-19.30; Sabato 10-13.30/15.30-19.30; Lunedì-Domenica chiuso.

Foto in Gioco!

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia collabora con La Venaria Reale alla mostra Foto in Gioco! Un racconto di 18 fotografi italiani.

Ideata e coordinata da CAMERA, curata da Giangavino Pazzola e allestita da Peter Bottazzi, la mostra presenta il mondo dei giochi di piazza e dello spettacolo all’aperto visto attraverso l’obiettivo di 18 celebri fotografi italiani che documentano la trasformazione delle tante modalità di giocare e divertirsi dal secondo dopoguerra fino alla nascita della moderna industria dell’intrattenimento.
Oltre 120 fotografie a colori e in bianco e nero che hanno come soggetto persone di tutte le età intente a praticare diverse attività ludiche, oltre ad abitudini, professioni e luoghi che hanno delineato una nuova relazione delle persone con il concetto di tempo libero. 

I 18 autori italiani ma riconosciuti a livello internazionale sono: Paola Agosti (1947), Olivo Barbieri (1954), Letizia Battaglia (1935), Mario Cresci (1942), Paola Di Bello (1961), Giovanni Gastel (1955-2021), Mario Giacomelli (1925-2000), Luigi Ghirri (1943-1992), Fabio Mauri (1926-2009), Nino Migliori (1926), Walter Niedermayr (1952), Roselena Ramistella (1982), Marisa Rastellini (1929-2009), Lori Sammartino (1924-1971), Ferdinando Scianna (1943), Grazia Toderi (1963), Paolo Ventura (1968), Massimo Vitali (1944).

Il percorso espositivo è realizzato in contiguità con l’altra mostra in corso alla Reggia nello stesso periodo nelle sale attigue, Dalle piazze alle Corti, grazie al raffinato progetto scenografico di Peter Bottazzi che ha curato l’allestimento di entrambe le mostre.

 

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Capolavori della fotografia moderna 1900-1940. La collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art, New York

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia presenta, per la prima volta in Italia, la mostra “Capolavori della fotografia moderna 1900-1940. La collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art, New York”: a Torino dal 3 marzo al 26 giugno 2022 una straordinaria selezione di oltre 230 opere fotografiche della prima metà del XX secolo, capolavori assoluti della storia della fotografia realizzati dai grandi maestri dell’obiettivo, le cui immagini appaiono innovative ancora oggi. Come i contemporanei Matisse, Picasso e Duchamp hanno saputo rivoluzionare linguaggi delle arti plastiche, così gli autori in mostra, una nutrita selezione di fotografi famosi e altri nomi meno noti, hanno ridefinito i canoni della fotografia facendole assumere un ruolo assolutamente centrale nello sviluppo delle avanguardie di inizio secolo.

Un fermento creativo che prende avvio in Europa per arrivare infine negli Stati Uniti, che accolgono in misura sempre maggiore gli intellettuali in fuga dalla guerra, arrivando a diventare negli anni Quaranta il principale centro di produzione artistica mondiale. Accanto ad immagini iconiche di fotografi americani come Alfred Stieglitz, Edward Steichen, Paul Strand, Walker Evans o Edward Weston e europei come Karl Blossfeldt, Brassaï, Henri Cartier-Bresson, André Kertész e August Sander, la collezione Walther valorizza il ruolo centrale delle donne nella prima fotografia moderna, con opere di Berenice Abbott, Marianne Breslauer, Claude Cahun, Lore Feininger, Florence Henri, Irene Hoffmann, Lotte Jocobi, Lee Miller, Tina Modotti, Germaine Krull, Lucia Moholy, Leni Riefenstahl e molte altre. Oltre ai capolavori della fotografia del Bauhaus (László Moholy-Nagy, Iwao Yamawaki), del costruttivismo (El Lissitzky, Aleksandr Rodčenko, Gustav Klutsis), del surrealismo (Man Ray, Maurice Tabard, Raoul Ubac) troviamo anche le sperimentazioni futuriste di Anton Giulio Bragaglia e le composizioni astratte di Luigi Veronesi, due fra gli italiani presenti in mostra insieme a Wanda Wulz e Tina Modotti.

 

Mostra organizzata dal Museum of Modern Art, New York.
A cura di Sarah Hermanson Meister, ex curatrice del Dipartimento di Fotografia, The Museum of Modern Art, New York e Quentin Bajac, direttore del Jeu de Paume, Parigi con Jane Pierce, assistente alla ricerca, Carl Jacobs Foundation, The Museum of Modern Art, New York.
Coordinamento e sviluppo del progetto a CAMERA: Monica Poggi e Carlo Spinelli.

 

Le visite guidate sono previste ogni domenica alle ore 12.00 ad un costo di 5€ oltre al biglietto d’ingresso.
Per prenotare la visita guidata, clicca qui.

 

 

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Sguardi Plurali

La mostra Sguardi Plurali è stata prorogata al 30 gennaio 2022.

 

Giovedì 16 dicembre apre al pubblico nella Project Room di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia la nuova mostra Sguardi Plurali, nata dalla collaborazione fra CAMERA, FIERI – Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione e Società Umanitaria con lo scopo di raccontare la complessità e la ricchezza culturale che caratterizzano il nostro presente.

In mostra, 45 scatti risultato della positiva partecipazione al concorso fotografico “Sguardi Plurali” rivolto a giovani fotografi sui temi della migrazione e delle seconde generazioni.

L’esposizione nasce infatti proprio da un bando al quale hanno risposto 19 autori. Le storie di ciascuno di essi sono differenti: alcuni sono richiedenti asilo e rifugiati, altri sono cittadini italiani o in attesa di diventarlo. Anche la fotografia assolve, così, nelle loro vite a differenti scopi e progetti: mezzo di denuncia sociale, strumento attraverso cui portare avanti una ricerca intima sulla propria identità, oppure forma di espressione scelta all’interno di un percorso artistico più o meno avviato.

 

In mostra si trovano i progetti presentati da Oleksandra Horobets (Ucraina, 1997), Karim El Maktafi (Desenzano del Garda, 1992) e Danielle Souza da Silva (Fortaleza, Brasile, 1997), vincitori in ordine del primo, secondo e terzo premio, oltre a uno scatto per ciascuno di tutti i partecipanti al bando, in un caleidoscopio di storie e suggestioni in grado di restituire le molteplici sfaccettature di questa società.

Ciò che emerge in maniera significativa da questi lavori è la necessità di testimoniare un vissuto personale, che assume però una connotazione collettiva grazie al potere narrativo dell’immagine fotografica. Con Kolobok Oleksandra Horobets racconta il doloroso rapporto a distanza con la madre attraverso il filtro di una fiaba popolare ucraina. Nelle immagini da lei utilizzate, materiale d’archivio e fotografia costruita si mescolano in un alternarsi di piani e tempi differenti che compongono una commovente ricerca delle proprie radici.

Il fotografo italo-marocchino Karim El Maktafi si interroga sulla situazione di ragazzi e ragazze nati e cresciuti in Italia, senza però essere riconosciuti appieno come cittadini. Costruito con un approccio tipicamente documentario, They call us second generation trasmette il senso di sospensione di chi, come lui, è costretto in bilico fra il senso di appartenenza ad un luogo e lo sguardo di chi ancora lo considera straniero.

Anche per Danielle Souza da Silva il proprio vissuto personale diventa lo stimolo per la costruzione di un Diario di bordo, dove parole e fotografie formano un puzzle di città, persone, ricordi e suggestioni. Un insieme di frammenti intimi e delicati, nel quale i luoghi diventano porti in cui approdare in una continua esplorazione del mondo.

 

I vincitori del bando esposti in mostra a CAMERA sono stati selezionati da una giuria composta da: Pietro Cingolani (antropologo, Università di Bologna e FIERI), Monica Poggi (curatrice di CAMERA, Torino), Annalisa Frisina (sociologa visuale, Università di Padova), Mariagiulia Grassilli (antropologa, Università di Bologna e direttrice del Festival Human Rights Nights), Délio Jasse (fotografo e videoartista), Suranga Deshapriya Katugampala (fotografo e videoartista).

La mostra, già presentata a Carbonia lo scorso ottobre, nell’ambito della manifestazione How to film the world promossa dal Carbonia Film Festival, sarà successivamente esposta a Bologna e Milano nei primi mesi del 2022.