Lisette Model. Street Life

La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia. Con una selezione di oltre 130 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri  del Novecento, come  Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Nel periodo di maggiore crescita per gli Stati Uniti, dove tutto sembrava proteso verso il più roseo futuro, ha ‘osato vedere’, la realtà in tutte le sue forme, anche in quelle meno piacevoli. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti in personaggi da osservare e indagare. La strada, gli anfratti del Lower East Side e i bar sono per lei i palcoscenici perfetti sui quali agiscono ignari attori di un’irriverente commedia umana. Questa sua rivisitazione personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967.

Il percorso di mostra prende avvio in Francia, dove Model inizia a fotografare negli anni Trenta grazie agli insegnamenti della sorella Olga. In questo periodo realizza Promenade des Anglais, una delle sue serie più note, dedicata alla borghesia pigra e decadente che passa l’estate in villeggiatura a Nizza, e racconta la vita dei parigini che trascorrono le loro giornate fra le strade della città. Dopo il trasferimento negli Stati Uniti inizia sistematicamente a fotografare gli abitanti di New York con uno sguardo sprezzante e ironico, realizzando alcune delle sue immagini più iconiche. In mostra, tuttavia, saranno presenti anche progetti meno conosciuti, come il reportage dedicato alla Lighthouse di San Francisco, organizzazione che offre lavoro e assistenza a persone cieche o quello realizzato durante le gare equestri a Belmont Park. La città è presente anche nelle prime serie realizzate subito dopo il suo arrivo: Reflections e Running Legs, dove viene ritratta attraverso i riflessi creati dalle vetrine dei negozi e attraverso le gambe di frenetici passanti. Le merci e gli edifici si fondono e confondono con le persone che passeggiano, in un insieme che è al contempo surreale e documentario. Non mancano ovviamente anche i suggestivi scatti realizzati all’interno dei locali di musica Jazz, da lei stessa definiti come luoghi dove ricercare la vera essenza degli Stati Uniti. Fra i personaggi da lei ritratti in questo contesto troviamo alcuni dei grandi di questo genere, come Bunk Johnson, Count Basie, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Percy Heath, Chico Hamilton, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con la mc2gallery di Milano, la Galerie Baudoin Lebon, di Parigi e la Keitelman Gallery di Bruxelles.

 

Lisette Model­ (Vienna, 1901 – New York, 1983)
Cresciuta in una famiglia dell’alta borghesia viennese, Lisette Model si dedica allo studio della musica sotto l’insegnamento di Arnold Schoenberg. Dopo la morte del padre si trasferisce a Parigi, dove si avvicina alla fotografia grazie all’amicizia con Rogi André, moglie di André Kertész. A Nizza realizza una serie di fotografie poco lusinghiere sulla borghesia decadente e pigra in villeggiatura, pubblicate nel 1935 dal giornale di sinistra “Regards”. Nel 1937 sposa il pittore Evsa Model e con lui si trasferisce a New York; qui conosce figure come Alexey Brodovitch e Beaumont Newhall. Le sue fotografie iniziano ad apparire sistematicamente su riviste come “Cue”, “P.M.Magazine”, “Look”, “Vogue” e “The Saturday Evening Post”. Nel 1940 è fra gli autori selezionati per «Sixty Photographs: A Survey of Camera Aesthetics», la mostra inaugurale del dipartimento di fotografia guidato da Newhall al  Museum of Modern Art di New York e l’anno successivo tiene la sua prima personale alla Photo League. Nel 1951 inizia la sua attività di insegnante alla New School for Social Research: i suoi corsi saranno seguiti da numerosi protagonisti della fotografia americana degli anni Sessanta e Settanta, fra cui anche Diane Arbus. Fra le mostre più recenti si ricordano quelle all’Aperture Gallery di New York nel 2007 e al Jeu de Paume di Parigi nel 2010.

Horst P. Horst. Style and Glamour

Il percorso espositivo curato da Giangavino Pazzola si sviluppa in maniera cronologica e, con una selezione di oltre 150 opere di vario formato, prende in considerazione i principali periodi creativi di Horst, ripercorrendone la storia negli snodi fondamentali della sua evoluzione, dagli esordi alle ultime realizzazioni.

Le diverse sezioni si articolano in maniera tale da sottolineare alcuni punti salienti dell’intera produzione artistica di Horst: il legame con l’arte classica che, tuttavia, non esclude le influenze delle avanguardie; l’indagine visiva sull’armonia e l’eleganza della figura umana impreziosita dalla perfetta padronanza dell’illuminazione della scena; la proficua e duratura collaborazione con “Vogue”, rivista per la quale il fotografo ha firmato decine di copertine; i ritratti di personaggi del mondo della moda e dell’arte, spesso ambientati nelle proprie dimore, immagini attraverso le quali l’autore rivela ancora una volta le sue indiscutibili capacità compositive.

La prima sezione funge da introduzione all’autore e ai suoi interessi di ricerca: il rapporto natura-cultura, il ritratto ambientato e la grande cura del dettaglio, elementi riscontrabili sia nelle fotografie nelle quali immortala il milieu intellettuale della Parigi degli anni Trenta che negli autoritratti e nelle nature morte. Nella seconda sezione, trovano spazio le opere realizzate durante la fase parigina e quella newyorchese, periodi molto prolifici, influenzati dal romanticismo e dal surrealismo, durante i quali realizza immagini iconiche quali Mainbocher Corset, Paris, 1939, e Hand, Hands, New York, 1941. L’uso del colore nella fotografia di moda è il soggetto che apre la sezione nella quale vengono ospitate le più celebri copertine di “Vogue”. A fare da trait d’union troviamo le sorprendenti immagini d’interni realizzate a partire dagli anni Quaranta e divenute presto una delle occupazioni principali del fotografo, anche grazie all’interesse di Diana Vreeland (direttrice di “Vogue” dal 1962), che commissiona ad Horst una serie di servizi su case e giardini degli artisti e delle celebrità. Tra tanti realizzati dall’autore, un focus viene dedicato all’Italia, con l’appartamento romano dell’artista Cy Twombly, adornato di proprie opere e sculture classiche, e con il fascino senza tempo della tenuta di Villar Perosa, all’interno della quale posa un’elegantissima Marella Agnelli.

A completare la mostra, che si muove sempre a cavallo tra le opere più note dell’autore e una serie sorprendenti inediti, le immagini tratte dalla rinomata serie Round the clock, New York, 1987, ultima sintesi di radicalità, talento e visione di una delle figure di spicco della fotografia del XX secolo.

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con l’Horst P. Horst Estate e Paci contemporary gallery di Brescia.

 

 

Horst P. Horst (Weißenfels, 1906 – Palm Beach, 1999)
Horst Paul Albert Bohrmann nasce nel 1906 a Weißenfels. Cresce a contatto con gli artisti del Bauhaus e, dopo gli studi in Design ad Amburgo, lascia la Germania e si trasferisce a Parigi. Nella capitale francese diventa, per un breve periodo, assistente di Le Corbusier e frequenta il vivace ambiente artistico parigino, conoscendo anche George Hoyningen-Huene,  all’epoca uno dei più importanti fotografi di moda. Da buon mentore, prima lo introduce ai segreti della fotografia e, nel 1931, lo presenta a Cecil Beaton, allora direttore artistico di “Vogue”, che a sua volta lo assume come fotografo per l’edizione francese. Nel 1937 si trasferisce a New York per lavorare  all’edizione americana della rivista ma, dopo uno screzio con l’editore Condé Nast, Horst torna a Parigi ben prima dello scadere del contratto. Tornato in Europa, lavora nuovamente per l’edizione francese della rivista, continuando a pubblicarvi fino allo scoppio della guerra. In quegli anni frequenta intellettuali e artisti come Cocteau, Bérard e Dalí, con il quale collabora creando alcuni dei suoi scatti più celebri, dalla forte impronta surrealista. Nel 1939 realizza la sua fotografia più famosa: Mainbocher Corset. Subito dopo fugge dall’Europa e torna negli Stati Uniti, dove si stabilisce definitivamente. Nel 1943 ottiene la cittadinanza statunitense, abbandonando definitivamente il nome tedesco e adottando un più internazionale Horst P. Horst. Nello stesso anno viene arruolato nell’esercito, riuscendo però ad evitare il campo di battaglia lavorando come fotografo. Al termine della guerra si allontana dal mondo della moda e si dedica maggiormente alla pubblicità, ritornando poi a lavorare per “Vogue” negli anni Sessanta e per “House&Garden” nel decennio successivo, quando ritrae le case dell’alta società internazionale e delle celebrities. Da lì a poco il suo lavoro inizia a essere esposto in mostre in tutto il mondo, e il suo nome viene consacrato fra quello dei grandi maestri della fotografia del XX secolo. Horst P. Horst muore nel 1999 nella sua casa di Palm Beach.

Roberto Gabetti fotografo

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia presenterà, non appena le condizioni sanitarie lo permetteranno, nella sua Project Room, la mostra Roberto Gabetti fotografo un omaggio all’originale sguardo fotografico di Roberto Gabetti (Torino, 1925-2000), universalmente conosciuto per il suo lavoro di architetto, a vent’anni dalla sua scomparsa.

Benché completamente versato alla pratica dell’architettura sia in qualità di docente sia in qualità di progettista e creativo, l’osservazione di Gabetti della realtà circostante, delle architetture, degli edifici e dell’abitato si è spesso avvalsa di una macchina fotografica, prolungamento del suo occhio e luogo della concentrazione visiva. Dotato di una Leica, probabilmente ricevuta per celebrare il suo ingresso di studente alla facoltà di Architettura, fin da ragazzo si cimenta con le riproduzioni fotografiche dei modelli di studio, operazioni in cui la fotografia permette una nuova modalità di osservazione dell’architettura stessa. Modalità che ritroviamo nei negativi e nei provini che costituiscono il fondo fotografico custodito dalla famiglia Gabetti che si compone di circa 300 rullini 35mm, per un totale di 5.000 negativi corredati dai relativi provini a contatto e dalle informazioni di contesto che permettono di risalire ai soggetti, alla località e spesso anche alla data degli scatti.

Sulla base di questo patrimonio, il curatore della mostra Sisto Giriodi ha costruito un percorso espositivo che, attraverso oltre cento fotografie stampate dai negativi originali, ripercorre momenti della vita privata e professionale di Roberto Gabetti – viaggi in Italia e all’estero sulle orme dei maestri dell’architettura, modellini e progetti – esprimendo il gusto per la linea, la forma, il dettaglio, l’armonia, i curiosi accostamenti.

Roberto Gabetti, conosciuto come importante architetto, autorevole professore di progettazione, apprezzato come “scrittore di complemento”, autore di libri e saggi su temi diversi, – commenta il curatore della mostra Sisto Giriodiha tenuto per vent’anni, dal 1945 al 1965, un ‘diario’ fotografico, fino ad ora segreto, dei suoi viaggi di studio, dei progetti e dei cantieri. Quei rullini sono rimasti in un antico cassettone nello studio di via Sacchi 22 a Torino, sviluppati e imbustati nei ‘libretti’ dal laboratorio di Riccardo Moncalvo. Le fotografie di Gabetti sono delle fotografie strane, che non hanno ‘padri nobili’ come gli Alinari, ma nemmeno ‘maestri’ riconoscibili nelle avanguardie storiche del ‘900. Si  caratterizzano per scelte personali: provare punti di ripresa diversi da quelli del fotografo ‘in piedi’ con la macchina ‘in bolla’; accettare la presenza nelle immagini della vita quotidiana, di uomini, donne, bambini, automobili e biciclette; scelte che rimandano ad un’idea di fotografia come conoscenza delle ragioni delle architetture, delle città e dei paesi, ma anche come antropologia visiva dei modi di vivere, di abitare, di vestirsi, di spostarsi con “immagini del mondo che siano una misura dell’esperienza”, come affermava Luigi Ghirri.

La mostra è accompagnata dal catalogo, edito da Lindau, che propone oltre 200 scatti e testi di Sisto Giriodi e Daniele Regis.

 

Con il contributo di Regione Piemonte.

 

 

Roberto Gabetti
Roberto Gabetti nasce a Torino il 29 novembre 1925. Si laurea in architettura al Politecnico di Torino alla fine del 1949; è attivo nella facoltà dal 1950, prima come assistente di Scienza delle costruzioni, poi come «aiuto» e assistente alla cattedra di Carlo Mollino dal 1953. Dal 1967 è Professore Ordinario di Composizione Architettonica. Dal 1950 inizia l’attività professionale con l’apertura dello studio con Aimaro Oreglia d’Isola. Dal 1958 al 1988 è Direttore della Biblioteca Centrale della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. É stato membro dell’Accademia Nazionale di San Luca a Roma, dell’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze e dell’Accademia delle Scienze di Torino. Muore a Torino il 5 dicembre 2000.

Gianni Berengo Gardin e la Olivetti

Il primo ottobre 2020, nella Project Room di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, si inaugura Gianni Berengo Gardin e la Olivetti, mostra dedicata dall’istituzione torinese e dall’Associazione Archivio Storico Olivetti, con la collaborazione del Museo Civico “P. A. Garda” di Ivrea, all’opera di uno dei più importanti fotografi italiani: Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930)

Curato da Margherita Naim e Giangavino Pazzola, il progetto espositivo evidenzia l’intensità del rapporto professionale tra il fotografo e l’azienda di Ivrea, attraverso un’accurata selezione pressoché inedita di oltre 70 fotografie d’epoca in bianco e nero, pubblicazioni e documenti d’archivio ripensati secondo una scelta curatoriale che delinea due nuclei: uno formale che indaga il tema del valore del progetto d’architettura (industriale, residenziale, sociale, ecc.); un secondo che più esplicitamente traduce un sistema sociale di relazioni dentro e fuori la fabbrica. Berengo Gardin, infatti, è uno tra gli autori che ha collaborato più a lungo con la Società Olivetti, descrivendo attraverso i suoi servizi fotografici sia il valore sociale del progetto d’architettura, sia l’organizzazione di un sistema di servizi sociali e culturali che animava la fabbrica e il territorio. La mostra Gianni Berengo Gardin e la Olivetti è inoltre un omaggio che i due istituti culturali dedicano all’autore in occasione dei suoi 90 anni.

La mostra ha origine da un progetto di ricerca e studio promosso dall’Associazione Archivio Storico Olivetti nel 2018 e svolto da Margherita Naim attraverso l’analisi e schedatura dei documenti fotografici di Gianni Berengo Gardin nei fondi della Società Olivetti, e si sviluppa all’interno di un protocollo di intesa tra il Dipartimento Archivi di CAMERA e l’Associazione, rivolto alla mappatura e alla valorizzazione dei fondi fotografici conservati a Ivrea – all’interno della più ampia cornice del Censimento delle raccolte fotografiche in Italia realizzato da CAMERA su scala nazionale. Una collaborazione consolidata, quella tra Camera e l’Associazione che, lo scorso anno, ha dato vita alla mostra 1969. Olivetti Formes et Recherche. Una Mostra Internazionale e che anche in questa occasione trova puntuale restituzione a livello locale attraverso un riallestimento della mostra ad Ivrea, negli spazi del Museo Civico “P.A. Garda” (28 novembre 2020 – 28 marzo 2021).

Siamo particolarmente soddisfatti – commenta il presidente di CAMERA Emanuele Chieli – di presentare, in Project Room, la mostra dedicata al maestro Gianni Berengo Gardin: non solo un appuntamento importante nel calendario dei festeggiamenti del quinto compleanno del nostro centro, ma anche l’ennesima testimonianza dell’attenzione che la Fondazione dedica, da sempre, ai grandi nomi della fotografia italiana e internazionale. Questa mostra è, inoltre, l’occasione per rafforzare la preziosa collaborazione con l’Associazione Archivio Storico Olivetti e in questo modo omaggiare insieme i 90 anni di uno dei più fotografi italiani degli ultimi decenni.

La rinnovata collaborazione dell’Associazione Archivio Storico Olivetti con CAMERA – continua la curatrice degli eventi culturali dell’Associazione Marcella Turchetti – e con il Museo civico “P.A. Garda” di Ivrea, parte da un lavoro di approfondimento e valorizzazione del patrimonio storico (e fotografico) della società Olivetti da parte dell’Associazione, attraverso un sistema di collaborazioni a vantaggio del territorio, della sua tradizionale vocazione culturale e a sostegno e per la valorizzazione e protezione del sito patrimonio mondiale “Ivrea, città industriale del XX secolo” e ringraziamo CAMERA per la rinnovata fiducia e collaborazione per questa mostra.

La mostra è accompagnata dal catalogo “Gianni Berengo Gardin e la Olivetti” edito da Silvana Editoriale e realizzato dalla Città di Ivrea. 

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VEDERE (il) BAROCCO: lavori in corso

In occasione della mostra Sfida al Barocco alla Reggia di Venaria, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia presenta l’esposizione VEDERE (il) BAROCCO: lavori in corso a cura di Barbara Bergaglio e Pierangelo Cavanna, visitabile dal 19 giugno al 30 agosto nella Project Room del centro di Via delle Rosine 18 di Torino.

Attraverso 70 immagini, la mostra racconta il modo in cui un nutrito gruppo di fotografi – Paolo Beccaria, Gianni Berengo Gardin, Giancarlo Dall’Armi, Pino Dell’Aquila, Giuseppe Ferrazzino, Giorgio Jano, Mimmo Jodice, Aldo Moisio, Riccardo Moncalvo, Ernani Orcorte, Augusto Pedrini, Giustino Rampazzi, Daniele Regis, Roberto Schezen – hanno “guardato” al Barocco, in particolare alle sue architetture, nella Torino del XX secolo.

Il progetto e la sfida di questa mostra – commentano i curatori – nascono dalla necessità di comprendere come e in quale misura il dialogo con le architetture barocche di cui Torino è ricca abbia sollecitato i fotografi più sensibili a verificare e mettere in campo soluzioni descrittive che, superando l’intenzione documentaria, hanno progressivamente assunto un significato diverso, più interpretativo e critico.

La mostra si concentra, quindi, sui diversi modi di descrivere fotograficamente le architetture barocche, pratica che ha accompagnato la crescita della loro fortuna critica e della loro riconoscibilità nell’immaginario collettivo. Un modo di guardare che è mutato negli anni: dalla semplice intenzione descrittiva a fini documentari sino all’elaborazione di raffinati strumenti interpretativi, segnando il passaggio dal semplice “fotografare barocco” ad un effettivo “vedere barocco”. Fotografie – continuano i curatori – solo apparentemente bizzarre, momentaneamente irriconoscibili e incommensurabili rispetto al nostro consolidato modo di vedere. Fotografie che vivono di una barocca moltiplicazione delle fughe, degli scorci, delle deformazioni proiettive conseguenti per trattenere e trasmettere l’eccitazione indotta nell’occhio dell’osservatore. Per testimoniare un’esperienza, quindi.

Il confronto con gli spazi e i volumi delle architetture di Guarini, Juvarra e Vittone ha sollecitato, e quasi imposto, a questi fotografi la necessità di ridefinire l’idea di fotografia di architettura stessa, costituendo l’occasione per una continua trasformazione delle intenzioni narrative, che mutano nel tempo passando da una funzionalità descrittiva a una esplicitamente interpretativa e critica, nella quale barocco non è più solamente l’oggetto della ripresa ma connota le modalità con cui tale oggetto è riproposto.

 

La mostra ospita inoltre un video racconto del progetto di ricostruzione digitale della mostra del Barocco piemontese del 1937 con il nucleo delle 1345 lastre del fotografo Paolo Beccaria (archivio Fotografico Fondazione Torino Musei) a cura di Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo, in collaborazione con Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale.

 

VEDERE (il) BAROCCO: lavori in corso è realizzata da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia anche grazie alla collaborazione di Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo e Fondazione Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.

 

Le mostre in Project Room sono ad ingresso gratuito.

Paolo Ventura. Carousel

La mostra, che doveva chiudere l’8 dicembre 2020, verrà prorogata fino al 28 febbraio 2021.

 

CAMERA ospita Carousel, un percorso all’interno dell’eclettica carriera di Paolo Ventura (Milano, 1968), uno degli artisti italiani più riconosciuti e apprezzati in Italia e all’estero. Dopo aver lavorato per anni come fotografo di moda, all’inizio degli anni Duemila si trasferisce a New York per dedicarsi alla propria ricerca artistica. Sin dalle sue prime opere unisce una grande capacità manuale a una visione poetica del mondo, costruendo scenografie all’interno delle quali prendono vita brevi storie fiabesche e surreali, immortalate poi dalla macchina fotografica. Con «War Souvenir» (2005), rielaborazione delle atmosfere della Prima Guerra Mondiale attraverso piccoli set teatrali e burattini, ottiene i primi importanti riconoscimenti, come l’inserimento all’interno del documentario della BBC «The Genius of Photography» nel 2007. Dopo dieci anni negli Stati Uniti, rientra in Italia dove realizza alcuni dei suoi progetti più celebri, all’interno dei quali mescola fotografia, pittura, scultura e teatro, come ad esempio nella scenografia di «Pagliacci» di Ruggero Leoncavallo, frutto dell’importante collaborazione con il Teatro Regio di Torino, di cui CAMERA ha esposto alcuni lavori preparatori a gennaio 2017.

In quest’occasione le sale di CAMERA presentano alcune delle opere più suggestive degli ultimi quindici anni – provenienti da svariate collezioni, oltre che dallo studio dell’artista – in un’assoluta commistione di linguaggi che comprende disegni, modellini, scenografie, maschere di cartapesta e costumi teatrali. Non si tratta, tuttavia, di un percorso lineare né di una retrospettiva, quanto piuttosto di una messa in scena di tutti i temi ricorrenti della sua poetica, fra i quali spiccano quello del doppio e della finzione. In mostra anche due progetti inediti: «Grazia Ricevuta», rivisitazione affettuosamente ironica del tema dell’ex voto, e “La Gamba Ritrovata” frutto di una residenza svolta presso l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, avviata grazie alla collaborazione fra CAMERA e l’ente ministeriale.

Curata da Walter Guadagnini, con la collaborazione di Monica Poggi, la mostra sarà accompagnata dalla pubblicazione della prima monografia dedicata all’opera di Paolo Ventura. Il volume, edito da Silvana Editoriale, ripercorre quindici anni di attività dell’artista attraverso la presentazione di ventuno serie realizzate dal 2015 a oggi, offrendo un’interpretazione singolare e assolutamente originale della staged photography. Oltre al saggio dello stesso Guadagnini, al suo interno troviamo un testo della scrittrice e critica letteraria Francine Prose e una lunga intervista di Monica Poggi.

 

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BIOMEGA Multiverso di Cosimo Veneziano

In mostra nella Project Room di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia fino al 14 giugno, BIOMEGA Multiverso di Cosimo Veneziano, presentata da Walter Guadagnini, a cura di Beatrice Zanelli (ARTECO) e Vincenzo Estremo, è parte del progetto BIOMEGA iniziato nel 2018 con il sostegno della Compagnia di San Paolo, nell’ambito del Bando ORA! Produzioni di Cultura Contemporanea. L’artista, in collaborazione con il Brain Lab. Dipartimento di Neuroscienze dell’Università IULM di Milano, ha realizzato nell’ultimo anno un lavoro transdisciplinare sull’uso delle biotecnologie in ambito agroalimentare, per riflettere sulle procedure di acquisto dei consumatori, oggetto di studio del neuromarketing.

Partendo da queste indagini, Veneziano ha realizzato BIOMEGA Multiverso, un’installazione composta da serigrafie e ricami su tessuto, in dialogo con una coppia inedita di vasi in ceramica. Le sculture sono state realizzate con la tecnica dell’ingobbio a partire dall’osservazione di una fotografia di un oggetto legato alla tradizione agricola, di cui si è perso l’uso, archiviata presso la Fondazione Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro Collecchio (PR).

L’intero lavoro riflette sulla percezione visiva, con l’obiettivo di indurre il visitatore a interrogarsi su quanto essa possa influire sulle sue scelte quotidiane di fruitore e consumatore, e della sua attuale applicazione nel campo delle neuroscienze.

 

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Memoria e Passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero

Con Memoria e Passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero, dal 20 febbraio al 30 agosto, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia si anima attraverso le storie e i racconti celati nelle immagini più significative della Collezione Bertero, raccolta unica in Italia per originalità dell’impostazione e qualità delle fotografie presenti.

Curata da Walter Guadagnini, direttore di CAMERA, con la collaborazione di Barbara Bergaglio e Monica Poggi, la mostra racconta il nostro passato e le radici del nostro presente, oltre all’evoluzione della fotografia italiana e internazionale dagli anni Trenta fino alla fine del XX secolo.

Ma la mostra è anche, e soprattutto, l’omaggio alla splendida storia di un collezionista, Guido Bertero, che, a partire dalla fine degli anni Novanta ad oggi ha raccolto oltre duemila stampe con una passione unica. Tra le immagini che compongono la collezione, i curatori ne hanno scelte più di trecento, realizzate da circa cinquanta autori tra i quali alcuni dei protagonisti della storia della fotografia italiana e mondiale della seconda metà del Novecento: Bruno Barbey, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Robert Capa, Lisetta Carmi, Henri Cartier-Bresson, Mario Cattaneo, Carla Cerati, Mario Cresci, Mario De Biasi, Mario Dondero, Alfred Eisenstaedt, Franco Fontana, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Jan Groover, Mimmo Jodice, William Klein, Herbert List, Duane Michals, Ugo Mulas, Ruth Orkin, Federico Patellani, Ferdinando Scianna, Franco Vimercati e Michele Zaza.

La mostra è accompagnata da un volume pubblicato da Umberto Allemandi editore, introdotto da Walter Guadagnini, con la riproduzione di più di 250 immagini.

 

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Tommaso Bonaventura. 100 marchi – Berlino 2019

Tommaso Bonaventura. 100 marchi – Berlino 2019, è un progetto artistico del fotografo Tommaso Bonaventura, sviluppato in collaborazione con la curatrice Elisa Del Prete, in occasione dei 30 anni dalla caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989). La mostra propone il racconto del Begrüssungsgeld, il denaro di benvenuto che dal 1970 al dicembre 1989 i cittadini della DDR ricevevano quando entravano nella Germania Ovest per la prima volta. Questa vicenda offre un pretesto per interrogarsi su un grande cambiamento epocale a partire da un punto di osservazione che privilegia le storie private e familiari, restituendole attraverso un duplice racconto: fotografico e video.

La mostra è frutto di una collaborazione tra diverse istituzioni e si articola in più sedi: a Torino, a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e al Museo del Risparmio, a Trento, nella sede Le Gallerie della Fondazione Museo storico del Trentino e a San Vito al Tagliamento nella chiesa di San Lorenzo grazie alla collaborazione con il CRAF – Centro Ricerca e Archiviazione della Fotografia.

 

La mostra è organizzata e prodotta da:
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, Torino
Museo del Risparmio, Torino
Fondazione Museo storico del Trentino, Trento

In collaborazione con:
Centro Ricerca Archiviazione della Fotografia di Spilimbergo (CRAF)

Con il patrocinio di:
Goethe-Institut Turin

Catalogo:
Archivio Storico Istituto Luce

Ingresso gratuito.

 

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WO | MAN RAY. Le seduzioni della fotografia

Visto il grande successo di pubblico, la mostra è prorogata fino al 2 febbraio 2020.

 

CAMERA rende omaggio al grande maestro Man Ray con una mostra che racchiude oltre duecento fotografie, realizzate a partire dagli anni Venti fino alla morte, avvenuta nel 1976, tutte dedicate a un preciso soggetto, la figura femminile, fonte di ispirazione primaria dell’intera sua poetica, proprio nella declinazione fotografica. In mostra alcune delle immagini che hanno fatto la storia della fotografia del XX secolo e che sono entrate nell’immaginario collettivo grazie alla capacità di Man Ray di reinventare non solo il linguaggio fotografico, ma anche la rappresentazione del corpo e del volto, i generi stessi del nudo e del ritratto. 

Attraverso i suoi rayographs, le solarizzazioni, le doppie esposizioni, il corpo femminile è sottoposto a una continua metamorfosi di forme e significati, divenendo di volta in volta forma astratta, oggetto di seduzione, memoria classica, ritratto realista, in una straordinaria giocosa e raffinatissima riflessione sul tempo e sui modi della rappresentazione, fotografica e non solo.
Assistenti, muse ispiratrici, complici in diversi passi di questa avventura di vita e intellettuale sono state figure come quelle di Lee Miller, Berenice Abbott, Meret Oppenheim e Dora Maar con la costante, ineludibile presenza di Juliet, la compagna di una vita a cui è dedicato lo strepitoso portfolio The Fifty Faces of Juliet dove si assiste alla sua straordinaria trasformazione in tante figure diverse, in un gioco di affetti e seduzioni, citazioni e provocazioni. Ma queste donne sono state, a loro volta, grandi artiste, e la mostra si concentrerà  anche su questo aspetto, presentando un corpus di opere, riferite in particolare agli anni Trenta e Quaranta, quelli della loro più diretta frequentazione con Man Ray e con l’ambiente dell’avanguardia dada e surrealista parigina.

Una mostra unica, dunque, sia per la qualità delle fotografie esposte, sia per il taglio innovativo nell’accostamento insieme biografico e artistico dei protagonisti di queste vicende. Un grande repertorio di immagini a disposizione del pubblico reso possibile grazie alla collaborazione con numerose istituzioni e gallerie nazionali e internazionali dallo CSAC di Parma all’ASAC di Venezia, dal Lee Miller Archive del Sussex al Mast di Bologna alla Fondazione Marconi di Milano. Realtà che hanno contribuito, tanto con i prestiti quanto con le proprie competenze scientifiche, a rendere il più esaustiva possibile tale ricognizione su uno dei periodi più innovativi del Novecento, con autentici capolavori dell’arte fotografica come i portfoli “Electricitè” (1931) e il rarissimo “Les mannequins. Résurrection des mannequins” (1938), testimonianza unica di uno degli eventi cruciali della storia del surrealismo e delle pratiche espositive del XX secolo, l’Exposition Internationale du Surréalisme di Parigi del 1938.

 

Curata da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola, la mostra sarà accompagnata da un catalogo contenente la riproduzione delle opere esposte, i saggi dei curatori e di altri studiosi, nonché essenziali note bio-bibliografiche.

 

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